Semi biologici

Semi biologici: come salvaguardare la biodiversità

C’era una volta un mondo contadino in cui i coltivatori diretti si tramandavano di padre in figlio le loro sementi. Erano il bene più prezioso perché su di esse si reggeva l’intera economia agricola. Strettamente legati al territorio e frutto di incroci tra le piante più sane e vigorose, i semi erano sempre migliori di anno in anno, contribuendo alla produzione di ricchi raccolti.

Oggi questo mondo contadino non c’è più, o meglio si è persa la cultura di privilegiare i semi autoctoni e tramandarli alle generazioni successive. In questo scenario la biodiversità è in serio pericolo, perché il mercato sementiero rischia di cadere nella mani delle potenti multinazionali, che spingono sull’utilizzo di specialità ibride: sono semi sterili che non producono altri semi e costringono il coltivatore ad acquistarne di nuovi ogni anno.

Come uscire dall’impasse? Un modo c’è e consiste nel preferire semi biologici. Scopriamo quali sono i loro benefici e perché sono così importanti per fare agricoltura in modo responsabile, anche se si dispone solo di un piccolo orto.

Perché scegliere i semi autoctoni

Ogni territorio ha le proprie peculiarità, il proprio clima e di conseguenza terreni con caratteristiche diverse. I semi hanno un loro patrimonio genetico che è strettamente legato al territorio e può essere sfruttato in modo del tutto naturale per dare vita a piante sempre più forti e capaci di adattarsi alle specifiche condizioni in cui sono cresciuti i propri antenati. Così le nuove generazioni di piante sviluppano la capacità di resistere ai parassiti, adattarsi a terreni particolarmente umidi o aridi, sopportare le condizioni atmosferiche tipiche della zona.

La natura è dotata di un formidabile istinto di conservazione e impara dai propri errori, infatti i semi autoctoni migliorano il proprio patrimonio genetico di anno in anno. Questo non vuol dire che il coltivatore deve lasciar fare tutto alla natura, ma al contrario il suo ruolo è determinante per salvaguardare la biodiversità.

In che modo il coltivatore può aiutare la natura? Conservando i semi delle piante migliori, ossia quelle che producono più frutti o producono frutti più grandi, quelle che sopportano meglio gli attacchi dei parassiti, quelle che resistono meglio alla siccità o in generale alle condizioni climatiche del territorio e l’elenco potrebbe continuare ancora.

Per migliorare il patrimonio genetico delle coltivazioni, è buona norma conservare i semi di diverse piante appartenenti alla stessa specie, nell’ambito di uno stesso raccolto. In questo modo si lavora davvero per salvare la biodiversità o, detto altrimenti, si riesce a preservare in maniera efficace le caratteristiche migliori di ogni pianta per poi tramandarle alle generazioni successive.

Si tratta di una pratica che i contadini di una volta adoperavano spontaneamente. Salvare i semi (migliori) del proprio raccolto era naturale e automatico. Queste sementi erano il frutto di anni e anni di selezione ed erano custodite gelosamente. Oggi solo pochi coltivatori lo fanno e il rischio è quello dell’estinzione dei semi autoctoni, con la conseguente perdita del loro prezioso patrimonio genetico.

Semi ibridi: tanti buoni motivi per NON utilizzarli

Oggi in commercio è disponibile una grande varietà di semi ibridi, prodotti dall’incrocio di piante provenienti da due differenti linee riproduttive, allo scopo di ottenere specifiche caratteristiche. I vantaggi derivanti da queste sementi, soprattutto nelle coltivazioni estensive, sono legati alla possibilità di dare vita a frutti che hanno caratteristiche uniformi, con identica forma e colore, perfetti per essere lavorati dai macchinari delle grandi industrie ed essere confezionati senza problemi.

E le generazioni successive di piante? Purtroppo i semi ibridi sono spesso sterili, ossia producono piante e frutti privi di semi. In altri casi invece i semi vengono prodotti, ma le loro caratteristiche sono scadenti.

C’è un altro aspetto da non sottovalutare: i semi ibridi sono prodotti su scala internazionale e le linee riproduttive utilizzate per la loro produzione derivano da aree diverse del globo. Un seme ibrido affronta per la prima volta condizioni sconosciute e non può sfruttare le informazioni genetiche che sono state tramandate dagli antenati per adattarsi ad uno specifico territorio, come invece farebbe un seme autoctono. Di conseguenza la sua capacità di resistere a condizioni avverse, legate per esempio ad un certo tipo di clima, è notevolmente bassa.

Gli ibridi F1, che rappresentano la prima generazione di incroci di una determinata specie, sono anche più costosi dei semi comuni perché la loro produzione è lenta e comporta dei costi non indifferenti per le industrie sementiere.

Come salvaguardare la biodiversità (anche se si dispone di un piccolo orto)

Anche chi ha un piccolo orto può fare la propria parte per impedire l’estinzione dei semi autoctoni e salvaguardare la biodiversità. Il primo passo per iniziare è scegliere semi biologici, meglio se legati ad un determinato territorio. Anno dopo anno questi daranno vita ad altri semi dalle caratteristiche via via migliori.

Affinché la riproduzione dei semi diventi parte integrante del giardinaggio, si può iniziare anche a scambiare i semi con i coltivatori della zona: è un modo immediato ed efficace per favorire la cultura della conservazione dei semi e contribuire alla biodiversità delle specie. Per fare le cose in grande, è possibile anche unirsi alla fitta rete di Seed Savers, i custodi dei semi, sempre pronti a condividere le proprie sementi e a istruire i neofiti sulle modalità per la raccolta e la conservazione dei semi.

Anche in Italia è presente una rete di Seed Savers e il punto di riferimento nel nostro paese è l’Associazione Civiltà Contadina. L’associazione dispone di una banca del seme e organizza periodicamente eventi nei quali gli appassionati di giardinaggio responsabile si incontrano per scambiare i semi. In questo modo ognuno può fare la propria parte a tutela della biodiversità.